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Su Stockhausen e Allevi

A TUTTI I MUSICISTI, GLI ASCOLTATORI, I CITTADINI
Stimolati dalla profonda emozione suscitata dalla scomparsa del grande compositore
Karlheinz Stockhausen
in occasione del concerto del pianista e compositore
Giovanni Allevi
previsto per martedi 18 dicembre 2007 al Teatro Goldoni di Livorno, il
C.P.L.D.D.M.C.A.U.M.D.S.C.Q.T.B.
(Comitato Per La Difesa Della Musica Che Abbia Un Minimo Di Spessore Contro Quella Trita e Banale)
in collaborazione con il C.P.L.D.D.P.C.C.I.D.D.P.U.
(Comitato Per La Difesa Del Pensiero Critico Contro Il Dilagare Del Pensiero Unico)
organizza un pacifico sit-in nella piazzetta antistante al Teatro a partire dalle ore 16 dello stesso giorno.
Chiunque volesse partecipare è invitato. 
Livorno, dicembre 2007
Per il Comitato, Marco Lenzi
 * * *
Esprimiamo profondo... sconcerto (è il caso di dirlo)...
nel vedere il nome di Allevi accostato a nomi che non andrebbero scomodati per così poco. Paragonarlo a Mozart e a Brahms è assurdo dal punto di vista dello stile, grottesco relativamente allo spessore, "segno dei tempi" per la confusione in cui regna la musica italiana, grave come segnale per i giovani, studenti di musica e non.
Allevi esibisce un nulla non nuovo, non antico, non bello, non brutto; non è provocatorio, non è negazione nè affermazione di alcuna espressività; è frutto del quasi totale azzeramento della cultura musicale diffusa in Italia, ovvero la quantità media di informazioni musicali in possesso di un cittadino medio.
L'Italia è, da decenni, fanalino di coda nell'istruzione musicale a livello mondiale a onta delle tradizioni, del colossale patrimonio musicale che possiede (da Palestrina a Tenco, da Monteverdi a Luca Flores).
Gli italiani non sanno che per esempio in Toscana fra il 1650 e il 1850 sono vissuti più musicisti di quanto non ne siano vissuti nei 5 paesi nordeuropei in 500 anni, nè che qualsiasi città nordeuropea ha scuole di musica con mezzi superiori ai nostri conservatori, nè che Allevi guadagna con un concerto una cifra pari alla metà del contributo che la regione Toscana elargisce a una scuola di 421 allievi in un anno, ne' che il cachet di Bocelli per un concerto è circa 750 volte superiore a quello dei professori d'orchestra che l'accompagnano, plurilaureati. Questi sono i numeri e le contraddizioni, insostenibili.
La situazione delle scuole di musica, confusionaria e povera di mezzi, il caos surreale generato dalla legge sui conservatori, la jungla in cui vivono i musicisti, la normativa Enpals e Siae da sempre insoddisfacente, i tagli ai finanziamenti e al sostegno delle orchestre stabili e dei cori, il sempre più basso profilo che caratterizza la musica leggera italiana sposano perfettamente l'esplosione di questa amusìa collettiva che suona come il nulla e pretende di apparire come nuova bellezza.
La bellezza è per qualcuno provocazione, per qualcuno consolazione, o sfida, piacere, gioco; certo "è" qualcosa. La musica di Allevi "non è". E' astuzia da bottegaio. Gran parte delle informazioni che i media offrono sull'attività di Allevi sono false o gonfiate. Basta fare 2 + 2 per comprendere quanto lavoro ci sia da parte di uffici stampa e promoters accondiscendenti (quasi tutto) e quanto ci sia di vero nella sua produzione (quasi nulla).
Anche il boicottaggio di cui si dice vittima, da parte di una fantomatica intellighenzia accademica che lo accusa di non si sa che, è assurdo e infondato perchè pesanti critiche sulla sua produzione vengono mosse da ogni ambiente, e lo spessore quasi inesistente della sua attività artistica appare evidente a musicisti pop, jazz, classici, rock.
Le istituzioni devono adeguarsi alla realtà europea, perchè investire nella cultura musicale significa creare futuro di coscienza e umanità, e investire in uno dei caratteri fondanti l'identità italiana, non abboccare a esche facili e fasulle.
I media devono informarsi e informare sui reali accadimenti della musica italiana, dando spazio ai fenomeni davvero interessanti e riportando informazioni reali stese sulla base di competenze effettive, non piegarsi ai fenomeni di un mercato sempre più folle, selvaggio anche nella musica.
Andrea Pellegrini
musicista jazz, direttore scuola di musica G.Bonamici, delegato European Music School Union
Salvo Marcuccio
chitarrista, docente in istituti superiori musicali
Angelica Ditaranto
pianista, direttrice di coro, musicologa
Federico Bertelli
musicista jazz
Lucia Neri
flautista, insegnante di flauto in scuola media a indirizzo
musicale
Mirella Di Vita
soprano, insegnante
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STOCKHAUSEN È MORTO: VIVA STOCKHAUSEN!
Il 5 dicembre scorso è scomparso, nell’indifferenza pressoché totale dei media, Karlheinz Stockhausen, uno dei più grandi musicisti del Novecento e una delle voci più intense nello scenario artistico internazionale. Come già era stato per Xenakis, Berio e Ligeti, con lui protagonisti assoluti della musica moderna e contemporanea scomparsi in anni recenti, il risalto dato alla notizia è stato pari a quello dato alla morte dell’inventore delle risate finte, cento volte inferiore a quello dato alle bizze del cantante di turno, mille volte inferiore a quello dato alle cronache che riguardano un Fabrizio Corona o un’Anna Maria Franzoni. D’altra parte, non avrebbe potuto essere diversamente: quelli che si sarebbero dovuti occupare della notizia, i giornalisti, sono i primi a non saper nulla né di Stockhausen, né degli altri.
La deriva culturale in cui siamo immersi da ormai trent’anni, stigmatizzata dal trionfo delle reti Mediaset e dal conseguente, deplorevole adattamento alle più bieche logiche di mercato posto in atto dalla Rai, ha definitivamente regredito la cultura in gossip e il cittadino medio in consumatore, spegnendo in lui ogni barlume di curiosità, di stupore, di indignazione, di pensiero critico. Ormai si promuove e si programma soltanto ciò che garantisce un sicuro rientro economico, soltanto ciò che fa audience: una tale perversa spirale non può che portare al rincretinimento progressivo e globale, condizione necessaria e perfetto preambolo – historia docet – di ogni forma di dittatura.
Nello specifico musicale, ciò si traduce in un feroce ostracismo verso quei compositori, quei linguaggi, quegli stili che non appartengono al mainstream. In particolare la musica sperimentale e di ricerca è sempre più confinata nel ghetto dei festival – i pochissimi ancora rimasti – e perciò isolata dal confronto col mondo, pur essendo stata di fondamentale importanza per lo sviluppo della musica nel Novecento (una larga parte del Pop, per dire, sarebbe impensabile senza il contributo apportato dalla musica elettronica o senza la profonda influenza esercitata su di esso da figure come Stockhausen o Cage). È infatti questo che si vuole: isolare gli stili, i generi musicali e con essi isolare il pubblico di ciascuno di questi generi dal pubblico degli altri. Ma è proprio dal confronto che nasce l’arricchimento, individuale e sociale, estetico e più in generale culturale: e non si tratta di ‘educare’ il pubblico, come si diceva un tempo, ma semplicemente di fornirgli gli strumenti necessari per discernere, per capire i complessi fenomeni connessi all’evoluzione del linguaggio musicale e perciò indissolubilmente legati a quello straordinario laboratorio di idee e di immaginazione che è stata l’Avanguardia del Novecento.
Chiedo pertanto a tutti i musicisti, agli ascoltatori e ai cittadini cui stia a cuore l’avvenire della musica di sottoscrivere il presente documento in difesa della musica sperimentale e di ricerca affinché le istituzioni e gli enti concertistici siano sollecitati a promuoverla e ad inserirla nella programmazione delle loro attività.
Livorno, dicembre 2007
Marco Lenzi